Una guida ai fatti della settimana nel Mediterraneo allargato e nel mondo musulmano attraverso la stampa araba

Ultimo aggiornamento: 28/03/2024 16:22:18

La stampa araba analizza l’attentato avvenuto nel centro commerciale moscovita Crocus City Hall e rivendicato dallo Stato Islamico del Khorasan (ISKP) da tre prospettive diverse. La maggior parte dei giornalisti smonta le “teorie del complotto”, sostenute dal Cremlino, che negano la matrice jihadista dell’operazione. La testata di proprietà qatariota al-‘Arabi al-Jadid risponde all’interrogativo sul perché l’ISIS abbia deciso di colpire proprio Mosca: «in effetti è paradossale che l’organizzazione colpisca la Russia, ossia il Paese che ha preso posizione a favore dei palestinesi contro gli israeliani e contro i crimini sionisti a Gaza. Ma non è soltanto questo: prima di Mosca, l’ISIS aveva attaccato a inizio anno anche l’Iran, che rappresenta il perno dell’Asse della Resistenza e del Rifiuto e che sosteneva Hamas a livello politico, militare e logistico […], mentre Daesh non ha compiuto nessuna azione offensiva che prendeva di mira gli interessi americani e israeliani, fossero anche circoscritti a sostegno di Gaza e della popolazione palestinese!». In realtà questa contraddizione, che ha dato origine alle teorie del complotto, è facilmente spiegabile: «è risaputo che, dalla prospettiva dello Stato Islamico, movimenti come Hamas, la Fratellanza Musulmana e persino altre formazioni jihadiste come al-Qaida si sono allontanate dalla retta via». Senza contare che «a differenza di al-Qaida» lo Stato Islamico, «non ha mai assegnato una priorità alla questione palestinese nel suo discorso ideologico», preferendo innescare una «guerra identitaria con l’Iran e i suoi alleati regionali». Ma allora come si spiega l’ostilità alla Russia? L’articolo elenca tre ragioni fondamentali: l’ascesa della filiale dello Stato Islamico nel Khorasan (ISKP), considerata «la più attiva e pericolosa»; la «vecchia vendetta» delle minoranze etnico-religiose che vogliono aggredire la Russia dopo la dominazione sovietica e le guerre indipendentiste della Cecenia; le notevoli capacità logistiche di ISKP in Asia Centrale e Medio Oriente. Segnali preoccupanti che – si legge in conclusione – potrebbero sancire il ritorno di una «nuova ondata di terrorismo e radicalismo». Dello stesso parere il quotidiano di proprietà saudita al-Sharq al-Awsat: «l’ISIS ha una visione sovversiva e distruttrice e un’agenda affollata che pone la Russia putiniana in cima alla lista». Non bisogna quindi «addentrarsi in complottismi e prendere posizioni estreme». Già, ma allora – si chiede il giornalista saudita Mamduh al-Muhainy sulla stessa testata – perché «diffondere simili dicerie»? «Alcune persone animate da buone intenzioni» rispondono così perché «non vogliono accusare l’Islam, e pertanto cercano giustificazioni che diano loro conforto. Ma l’Islam è una grande religione che non ha nulla a che vedere con queste accuse: c’è una bella differenza tra l’ideologia estremista e il pensiero islamico, ma, purtroppo, questi vengono ormai viste come una cosa sola». La maggior parte di coloro che sostengono queste tesi, però, agiscono in malafede: «non vogliono perseguire il pensiero estremista e mescolano le carte in tavola».  

 

Di tutt’altro tenore la lettura degli eventi della stampa filo-emiratina, più incline a sostenere la Russia e la sua politica estera senza però scadere nelle teorie del complotto. Al-‘Arab ricorda, ma con qualche amnesia, come i rapporti tra Russia e mondo arabo-islamico risalgano addirittura all’epoca medievale per poi consolidarsi in epoca contemporanea «sulla base del fatto che Mosca non è mai stata una potenza occupante nella regione» al punto da stringere «durante il periodo sovietico relazioni speciali con molti Paesi» del mondo arabo-islamico. Infine, «Putin ha ridato splendore» al suo Paese elevandolo a “grande potenza” all’interno di uno scenario internazionale multipolare. Nonostante il grave attentato al centro commerciale moscovita, «i russi ritengono che il mondo islamico, sia nella sua diramazione sunnita che sciita, sia molto lontano dall’ideologia di Daesh. Ecco perché la Russia non ha bollato, come hanno fatto altri Paesi, l’attacco come un’operazione del terrorismo islamico» preferendo non compromettere le relazioni con il mondo musulmano. La testata emiratina al-‘Ayn al-Ikhbariyya non menziona l’attacco al Crocus, ma sottolinea il grande ruolo che la Russia sta giocando, insieme alla Cina, in Medio Oriente: «la realtà è che i Paesi mediorientali desiderano un maggior ruolo politico di questi due Paesi. A condizione che questi ruoli siano neutrali e che contribuiscano in maniera positiva agli interessi e alla stabilità della regione. Non devono quindi esserci doppiopesismi e prese di parte come facevano gli Stati Uniti», i quali «hanno perso gran parte della loro autorità» presso i Paesi arabi.  

 

Infine, una parte della stampa filo-qatariota e islamista sembra in qualche modo alimentare o dare credito alla narrazione secondo cui dietro lo Stato Islamico si celerebbe la longa manus degli Stati Uniti. Al-Quds al-‘Arabi pone una serie di domande (retoriche): «come è stato possibile che migliaia di membri dell’ISIS abbiano lasciato l’Iraq dopo che gli USA avevano annunciato di aver eliminato l’organizzazione? Come sono riusciti questi elementi a fuggire dalle prigioni americane? Da dove provengono gli ingenti fondi dell’ISIS, da Paesi che la potente intelligence americana non ha ancora scovato? Oppure sono gli Stati Uniti quelli che di fatto finanziano l’organizzazione?». Toni simili anche per la testata filo-islamista Arabi 21: «c’è una domanda grande tanto quanto i crimini commessi in nome dell’Islam: perché la rabbia dell’organizzazione non è sorta a causa dei trentamila palestinesi morti in questi ultimi cinque mesi? […] Perché non hanno profuso le loro energie per salvare gli Uiguri e i Rohingya, o i musulmani indiani?».

 

Risoluzione dell’Onu: decisione ipocrita o piccolo passo in avanti? [a cura di Chiara Pellegrino]

 

Mentre la stampa filo-saudita e filo-emiratino si è concentrata molto sull’attentato in Russia, i quotidiani più militanti sul fronte del sostegno ai palestinesi hanno continuato a occuparsi prevalentemente della guerra a Gaza, accogliendo con scetticismo la risoluzione sul cessate il fuoco finalmente approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite

 

Al-Quds al-‘Arabi ha commentato in tono sarcastico il destino del documento: finirà «nel cestino della spazzatura», proprio come è accaduto con quelle precedenti, che dal 1967 chiedono la fine degli insediamenti israeliani. E, analizzando il cambiamento della posizione di Washington, osserva che questo è stato imposto «dalle crescenti pressioni dell’opinione pubblica americana e dall’intensificazione della barbarie israeliana, dei crimini di guerra e delle punizioni collettive che Israele continua a infliggere alla popolazione civile della Striscia». La risoluzione ha irritato Netanyahu, aggiunge l’editoriale del 26 marzo, e «Washington prova ad assorbire la rabbia di Bibi sostenendo da un lato che la risoluzione 2728 “non è vincolante”, e dall’altro che essa non implica alcun cambiamento nel sostegno “d’acciaio” offerto dall’America allo Stato occupante, come dimostra il persistente flusso di armi, munizioni e miliardi di dollari verso la macchina da guerra israeliana».

 

Ancora più pungente è l’articolo firmato per lo stesso quotidiano dal politologo libanese Gilbert Achcar, che accusa l’amministrazione Biden di aver «raggiunto un nuovo livello di ipocrisia» continuando a fornire a Israele armi ed equipaggiamenti, al punto «di diventare complice della guerra in corso, di fatto la prima guerra a cui partecipano, congiuntamente, gli Stati Uniti e lo Stato sionista». La decisione statunitense di non porre il veto sulla risoluzione approvata lunedì scorso è in realtà in linea con la posizione dell’amministrazione Biden, sostiene l’editorialista, che fin dall’inizio del conflitto si è opposta a un cessate il fuoco permanente. Gli stessi termini utilizzati nel testo della risoluzione attenuano l’eccezionalità dell’astensione statunitense: il testo chiede «un cessate il fuoco immediato durante il mese di Ramadan» con l’auspicio che questo possa evolvere in «un cessate il fuoco lungo e duraturo», ma non viene mai usato il termine «permanente», nota il politologo.

 

Il quotidiano qatariota al-‘Arabi al-Jadid titola un editoriale del giornalista egiziano Wail Qandil “Uno spettacolo divertente: l’occupazione è nuda”, sulla falsa riga dell’espressione “il re è nudo”. Dal punto di vista etico questa risoluzione «è inferiore rispetto al pronunciamento della Corte internazionale di giustizia di due mesi fa», commenta l’editorialista, ma può comunque essere considerata «lo schiaffo più forte in faccia alla banda criminale che diffonde la sedizione in Palestina». Pur con tutti i limiti del caso, perché «la risoluzione non è arrivata al punto di condannare il criminale e imporgli la punizione necessaria». Per Qandil questa risoluzione costituisce anche «un argomento contro i Paesi arabi», in particolare l’Egitto e la Giordania, i due Paesi più prossimi a Gaza «che continuano a mantenere relazioni diplomatiche, economiche e commerciali cordiali con un’occupazione sconfessata da tutto il mondo». Non è ragionevole né morale, scrive l’editorialista, che «il regime arabo rimanga nel suo stato di impotenza, o di presunta impotenza, accontentandosi di rimanere a guardare il sangue che scorre, i cadaveri portati via, gli uomini umiliati e le donne violentate, senza prendere una posizione seria e reale». La risoluzione è dunque un’opportunità anche «per coloro che vogliono lavarsi le mani dalla vergogna della normalizzazione e agire da fratelli della Palestina, anziché da semplici vicini mediorientali, vincolati alle “sacre” visioni americane».

 

Su al-Jazeera, il giornalista egiziano Anwar al-Hawari (ex direttore tra gli altri di al-Masri al-Youm), scrive che il mondo arabo sta «ritornando allo spirito del XIX secolo», definito come «lo spirito della sconfitta psicologica e materiale davanti alla forza e alla civiltà dell’Occidente», il cui emblema è «l’aggressività di Israele nella regione». Per il giornalista, l’Occidente è la causa dei mali che vive oggi il Medio Oriente, iniziati nel 1798, anno della campagna napoleonica d’Egitto «a cui è seguita l’invasione europea del mondo islamico e la fondazione del movimento sionista». Lo spirito del XIX secolo «è tornato a noi, e noi a lui, e si manifesta con la vulnerabilità mentale, spirituale e intellettuale, con la resa volontaria alle forze sioniste-crociate». La differenza tra ieri e oggi, scrive al-Hawari, è che nell’Ottocento i musulmani erano consapevoli del pericolo che l’Occidente rappresentava per loro e chi accoglieva «i colonialisti invasori» e lavorava con loro costituiva un’eccezione, mentre la maggioranza «era il carburante dei movimenti della resistenza e combatteva il colonialismo». Nel mondo contemporaneo le proporzioni si sono invertite: «dopo cinque decenni di addomesticamento della consapevolezza e di falsificazione della comprensione, l’idea di resistenza è diventata oggetto di condanna, avversione e disprezzo, mentre l’idea di normalizzazione, adattamento, riavvicinamento e alleanza con il nemico è diventata la base della politica nelle capitali arabe e islamiche».

 

Molto più contenuti, nei numeri e nei toni, sono invece i commenti della stampa filo-emiratina e filo-saudita. «Un piccolo passo nella giusta direzione» scrive Khairallah Khairallah su al-‘Arab in merito alla risoluzione, ma precisa anche come questa nasconda «un vero e proprio confronto tra gli Stati Uniti e l’attuale governo israeliano, che non ha altro progetto politico se non perpetuare l’occupazione ed eliminare il popolo palestinese». L’editorialista riflette sui rapporti di forza esistenti oggi tra Washington e Tel Aviv: se in passato Israele era subordinato agli Stati Uniti, oggi è vero il contrario. Ciò ha ovviamente delle ripercussioni sull’evoluzione della guerra a Gaza: ciò che Biden farà nelle prossime settimane «non può in alcun modo somigliare a ciò che fece l’amministrazione Eisenhower, quando nel 1956 costrinse Israele a ritirarsi dal Sinai dopo che quest’ultimo prese parte all’“aggressione tripartita” [insieme a Francia e Inghilterra] contro l’Egitto, a seguito della decisione di Gamal Abdel Nasser di nazionalizzare il Canale di Suez». All’epoca, spiega Khairallah, Eisenhower ridimensionò Israele, il quale «non osò sfidare l’America, come invece sta facendo ora Bibi, che nello sfidare la Casa Bianca ha maturato un’esperienza di successo fin dai tempi di Barack Obama». L’unica opzione plausibile che l’editorialista vede per il futuro è porre le basi per la creazione di uno Stato palestinese, privando Hamas di qualsiasi ruolo nella gestione politica della futura compagine – uno dei pochi punti su cui Israele e Stati Uniti concordano, conclude Khairallah.

 

Su al-Sharq al-Awsat il giornalista egiziano Soliman Gouda ha messo a confronto due scene avvenute in due giorni consecutivi: l’approvazione della risoluzione 2728 lunedì 22 marzo, e la visita di António Guterres al valico di Rafah, martedì 23 marzo. Stessi attori, stesso tema, scrive l’editorialista, eppure «la distanza tra le due scene è la stessa che c’è tra la capacità e l’incapacità di fare qualcosa». La risoluzione è stata il tentativo americano di «espiare il senso di colpa che provava nei confronti degli innocenti che Israele sta uccidendo con il suo aiuto nella Striscia». Ma fino all’ultimo, il rischio del fallimento è stato dietro l’angolo, con la Russia e la Cina che minacciavano di porre il veto. «Gli Stati Uniti hanno bevuto dalla coppa da cui spesso hanno obbligato a bere i Paesi di tutto il mondo, hanno assaporato ciò che hanno sperimentato le nazioni di tutto il mondo, e si sono ricordati, forse per la prima volta, che l’arma che hanno brandito al Consiglio [il veto] non è una loro prerogativa esclusiva», ha commentato Gouda. A questa incertezza, scrive l’editorialista, fa da contraltare la sicurezza mostrata da Guterres a Rafah, descritto come «un uomo coraggioso», volato dall’altra parte del mondo animato dalla consapevolezza di avere «una responsabilità verso le persone divorate dalla guerra, in quanto capo di un’organizzazione a cui le persone guardano ogni volta che il mondo si trova ad affrontare una tragedia». Gouad conclude paragonando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu a un corpo disteso, esanime, sull’altra sponda dell’oceano, e Guterres alla testa di questo corpo, che a differenza di quest’ultimo mantiene «un residuo di spirito e di vita».

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